Il Monastero di Camaldoli

Uno straordinario percorso di visita

Michel Scipioni

Storia del monastero di Camaldoli

Il complesso monastico di Camaldoli, Sacro Eremo e Monastero, venne fondato da san Romualdo di Ravenna secondo la tradizione intorno al 1012; l’anno compare per la prima volta nella deposizione resa da Raniero, priore del monastero camaldolese di San Michele di Arezzo, al processo di Perugia (1216-1220), durante il quale furono definiti i termini del giuspatronato del vescovo di Arezzo su Camaldoli. Una seconda tradizione si fonda sul diploma concesso da Teodaldo, zio di Matilde di Canossa, vescovo di Arezzo dal 1023 al 1036, con il quale dona all’eremita Pietro e ai suoi confratelli la chiesa di san Salvatore a Camaldoli. Tali avvenimenti vennero fedelmente riportati nelle Costituzioni di Rodolfo I, priore generale dal 1074 al 1087.

Il santo ravennate, dopo l’edificazione dell’eremo, trovò più in basso un luogo chiamato Fonte Buono (nome preso dalla fonte che riforniva di acqua il complesso), sulle rive di uno dei rami dell’Archiano cantato da Dante (Purgatorio V, 94), dove costruì una casa e vi stabilì un monaco con tre conversi per accogliere gli ospiti che arrivavano, affinché l’eremo rimanesse appartato e lontano «dai rumori del mondo».

Al tempo di Rodolfo I, dunque, l’ospizio divenne anche sede del noviziato dove chiunque avesse intrapreso la vita monastica sarebbe stato formato secondo la regola di san Benedetto e, solo successivamente, fu trasformato in un monastero vero e proprio.

Un percorso fra gli ambienti del Monastero

La chiesa del monastero, intitolata ai santi Donato e Ilariano, si presenta nella veste elegante assunta coi lavori di riassetto condotti tra il 1772 e il 1775 su progetto del fiorentino Giulio Mannaioni: interventi che determinarono una vera e propria ricostruzione dell’edificio esistente – che risaliva al Cinquecento –, il quale fu allungato, innalzato e provvisto di cappelle laterali.

La decorazione murale del tempio rinnovato venne affidata al fiorentino Santi Pacini, che la compì entro il 1776. Per ampiezza si segnala, di quest’artista, il grande affresco nella volta della navata – detto la “Nuvola” –, con la Gloria della Trinità, l’Assunta e i Santi Romualdo e Benedetto, purtroppo sfigurato da un invasivo “restauro” condotto dal figlinese Antonio Righi nel 1843.

Allo stesso Pacini – uno dei campioni del nuovo classicismo che andava vieppiù permeando l’ambiente fiorentino –, furono assegnate quattro grandi tele centinate con fatti della vita di San Romualdo: due alloggiate su altrettanti altari di navata, le restanti poste alle pareti laterali della cappella maggiore, a fiancheggiare la grande Deposizione del Vasari (1539-40), ricollocata nel nuovo edificio con le altre tavole condotte dal maestro aretino per la chiesa cinquecentesca a partire dal 1537.

La Deposizione citata stava al centro della smantellata “macchina” dell’altar maggiore, del quale erano parte anche i due pannelli coi santi Donato e Ilarione e Romualdo e Benedetto, ora appesi in navata, le otto tavolette che si lasciano oggi ammirare, entro la partitura decorativa settecentesca, nel coro monastico , e le due, sistemate a mo’ di sovrapporte, ai lati dell’altare maggiore. Questo impegnativo cimento chiudeva un percorso avviato dal Vasari con la Madonna col Bambino e i santi Giovanni Battista e Girolamo (1537), e proseguito col celebre notturno della Natività, orgogliosamente firmata e datata 1538. Poste, col rifacimento settecentesco, a fronteggiarsi nelle due cappelle di navata più prossime al presbiterio, queste due  ultime tavole ornavano in origine gli altari del perduto “tramezzo”, affrescato dallo stesso Vasari.

Le porte che fiancheggiano l’altare maggiore conducono nell’antisagrestia, dalla quale si accede alla sagrestia vera e propria. Qui trova posto una tarda copia della Visione di San Romualdo di Andrea Sacchi ora alla Pinacoteca Vaticana.

Ancora dall’antisagrestia, mediante una scala, si sale alla cappella della Madonna del Conforto e al coro dei monaci. Quest’ultimo dispiega una ricca decorazione ad affresco, dovuta ancora una volta, almeno per la parte figurale, ai pennelli di Santi Pacini e meno compromessa dai successivi interventi di “ripristino”. Tra le opere mobili che decorano il nobile ambiente, oltre le rammentate tavolette vasariane, merita attenzione una bella pala con l’Annunciazione, riferita per tradizione a Stefano Veltroni, cugino del Vasari e suo collaboratore (anche a Camaldoli), ma di difficile decifrazione stilistica. Vi è poi un Crocifisso ligneo cinquecentesco (recentemente restaurato e già conservato nell’aula capitolare della chiesa dell’Eremo) che presenta un modellato condotto con buone conoscenze tecniche e una interpretazione formale ispirata dall’arte fiorentina del tempo.

La contigua cappella, di garbato aspetto neoclassico, prende il nome dall’immagine della Madonna del Conforto posta sull’altare, copia di quella, veneratissima dal tardo Settecento, traslata nella cattedrale di Arezzo da un terreno di proprietà dei camaldolesi presso Porta San Clemente. Ai lati dell’altare, entro ricche cornici tardobarocche, due modeste tavole forse di tardo Cinquecento, con San Romualdo e San Benedetto. Sulla parete destra è una buona tela fiorentina di secondo Seicento con San Luca Evangelista, opera di un artista della cerchia di Carlo Dolci.

Giorgio Vasari a Camaldoli

Nei mesi che seguirono l’assassinio di Alessandro de’ Medici il 6 gennaio 1537, il ventiseienne Vasari accolse l’invito dell’amico umanista Giovanni Pollio Lappoli, detto il Pollastra, a recarsi a Camaldoli per «ritemprare lo spirito nell’altissimo giogo dell’alpe». Fu grazie all’appoggio del Lappoli che il giovane artista ottenne la prima commissione per la chiesa dell’Archicenobio, la Madonna col Bambino e i santi Giovanni Battista e Girolamo – ambedue “romiti” –, che lo impegnò per due mesi nell’estate del 1537.

Il favore ottenuto dalla pala valse al Vasari l’incarico della Natività, che stando ai Ricordi dell’artista gli fu ordinata nel giugno del 1538; quindi quello, nell’agosto dello stesso anno, di decorare a fresco la “facciata” del tramezzo cui le due tavole erano destinate.

L’ottima riuscita, in particolare, del notturno della Natività fece del Vasari l’artista ufficiale del monastero, che gli affidò nel 1539 l’insieme di tavole per l’altare maggiore, terminato nel 1540.

Soprattutto la grande Deposizione che ha mantenuto il posto d’onore nella chiesa settecentesca, dà la misura piena della formidabile crescita formale compiuta dall’artista rispetto all’esordio in Casentino di soli tre anni prima.

Nelle Ricordanze, il Vasari descrive, oltre quello principale, gli altri dipinti per la “macchina”: le due tavole «dalle bande», ora nella navata, e «sotto nel ornamento... nella predella tredici storie a tempera che fussino in figura del Sacratissimo corpo di Cristo Gesù». Ne restano dieci.

Minor fortuna è toccata al più tardo Cristo nell’orto conservato nella cappella dell’Infermeria dell’Archicenobio, declassato al rango di “copia” dell’analogo dipinto del Museo di Tokyo, ma le cui buone qualità dichiarano una almeno parziale autografia del maestro aretino.

L’antica farmacia

La storia della Spezieria di Camaldoli non è separabile da quella dell’Ospizio del Monastero fondato, secondo le Costituzioni del priore Rodolfo I (1074-1088), dallo stesso san Romualdo. La Spezieria annessa all’Ospedale, dopo l’incendio del 1276, fu ricostruita nel 1331. Per lo sviluppo dell’arte speziale sono fondamentali gli indirizzi contenuti nella Regola della vita eremitica (1520) di Paolo Giustinian. Dal 1460 gli Speziali iniziarono a produrre liquori a scopo medicamentoso, la cui produzione conobbe un incremento soprattutto alla fine dell’Ottocento.

La biblioteca moderna

La biblioteca moderna, inaugurata nel 2021, è stata realizzata recuperando i fondaci del Monastero di Camaldoli ed è intitolata al camaldolese Odoardo Baroncini, archivista e bibliotecario di inizio XVIII secolo; ospita circa 35.000 volumi fra monografie e riviste, oltre ad alcuni fondi speciali.

La nuova struttura accoglie anche l’archivio storico della comunità camaldolese; il fondo diplomatico conta 2020 pergamene (dal 1022 al 1939), il fondo “Carte sciolte”, raccolte in 246 cassette, contiene diversi autografi di illustri personaggi.

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